Neil Young – Live at Cellar Door (recensione)

neil-young-liveNon è mai stato facile seguire Neil Young nel suo peregrinare musicale. Al momento, ad esempio, l’artista canadese è impegnato su parecchi fronti: ha da poco concluso un tour coi ritrovati Crazy Horse -che tra l’altro rivedremo in Italia la prossima estate- ed una breve serie di concerti in solitaria alla Carnegie Hall, ha almeno in cantiere un paio di album di cui uno con Jack White ed ora se ne esce con il numero 02.5 della serie “Archives Performance Series”… se non è schizofrenia musicale questa!

Il periodo è quello già preso in esame in passato, ovvero a cavallo tra la fine dei sixties e l’inizio dei seventies; più precisamente siamo a Washington in quel “tempio” della musica che fu il Cellar Door. Oddio, definirlo tempio è un eufemismo visto che il locale era davvero minuscolo, ma se date un’occhiata qui e vi leggete l’elenco di chi ha suonato non potrete che darmi ragione. Ma torniamo al disco: tra il 30 novembre ed il primo dicembre Young tenne sei concerti al Cellar Door, ed oggi possiamo sentire tredici brani tratti da questi concerti. Sono concerti acustici, per certi versi non molto lontani dal Live at Massey Hall uscito ormai sette anni fa ma con qualche piacevole divagazione. Innanzitutto una setlist che guarda principalmente ai primi due lavori solisti (e a qualche sguardo ai “lontani” Buffalo Springfield), e poi c’è il piano, quello Steinway da nove piedi cui proprio Neil fa riferimento nel disco e che ci permette, ad esempio, di ascoltare una “After the Gold Rush” a dir poco struggente. Anche se afferma di suonarlo da circa un anno le note di quello Steinway ci regalano momenti a dir poco magici, come altro definire altrimenti la “See the Sky about to Rain” qui contenuta? Altra chicca è una versione lenta e dolente di “Cinnamon Girl”, ed è proprio un brano che negli anni ha assunto le forme più svariate si apprezza la capacità di Young di comporre grandi pezzi, che stanno bene con qualsiasi vestito. L’altra cosa che impressiona è l’informalità di queste serate: con la complicità di un locale raccolto Neil si sente tra amici, e proprio come con gli amici si confessa, parla, e quando su “Flying on the Ground is Wrong” dichiara che quella è una canzone che parla di droga uno spettatore grida la sua approvazione, e poco importa che il brano sia un ritratto fedele, e per questo non certo indulgente, di scene viste in tour coi Crazy Horse -Danny Whitten non uscirà mai dalle sue dipendenze e morirà due anni dopo- e che gli faranno comporre di li a poco quella “The Needle and the Damage Done” che è una triste icona di quel periodo.

Gli archivi di Neil Young, aspettati e richiesti per oltre un decennio, ora sono una realtà. C’è stato un bellissimo box, ci sono queste uscite singole che fanno la gioia degli appassionati e di questo rendiamo grazie, ma non possiamo dimenticare che lo stesso songwriter aveva promesso di rilasciare, ad esempio, l’album inedito coi Crazy Horse “Toast”. Molto probabilmente tutto questo prima o poi verrà alla luce, ma con Young non si può davvero mai sapere. Incrociamo le dita, ed ascoltiamoci il Live at Cellar Door perché ne vale davvero la pena.

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