The Grateful Dead FAQ – Tony Sclafani (recensione)

Grateful Dead FAQAnche se in Italia non arriva (quasi) mai niente la bibliografia in lingua inglese sui Grateful Dead è quanto mai ricca e variegata: si passa dalle biografie classiche (imperdibile è “Garcia” di Blair Jackson), ai memoir come quelli di Phil Lesh arrivando fino al manuale di marketing che applica le scelte dei Dead a qualunque business (eccolo!). Dopo tutto quanto è uscito ecco allora che la domanda sorge spontanea: che cosa può aggiungere il libro di Tony Sclafani intitolato (poco felicemente) “Grateful Dead FAQ”.

Chiariamo subito una cosa: di “frequently asked questions” non ce ne sono moltissime, il titolo rimanda ad una collana e serve ad indicare l’approccio più sfaccettato alla materia. Si parla ovviamente parecchio di musica, ma si analizzano anche gli aspetti legati al business, alle biografie dei singoli e, questa forse la parte più interessante, si cercano di sfatare dati alla mano alcuni dei più radicati miti che aleggiano sui Dead, a partire dal mantra “i Grateful Dead non sono mai stata una band da studio”, che qui viene pazientemente ma con convinzione demolito da Sclafani.

Mi son poi un po’ amareggiato a pensare “come sarebbe stato se…” leggendo le dieci peggiori decisioni prese dalla band nel corso della loro carriera, specie quando si parla del fatto che non ci siano stati album in studio tra il 1980 e il 1987, per non parlare del tour con Bob Dylan, o del fatto che non c’è stato un album di studio nel ’72 che sarebbe potuto diventare il loro capolavoro. Ogni affermazione si basa su evidenze concrete, ed il volo di fantasia non è un mero esercizio letterario ma l’analisi di quello che poteva essere e non è stato.

C’è veramente di tutto in questa FAQ, c’è un’intervista a David Lemieux ma c’è anche spazio al taper Daen Grabski che racconta le odissee per recuperare le registrazioni nell’epoca pre-internet- (e pre Dick’s Picks) alla piccola monografia dedicata a Pigpen oltre a brevi approfondimenti sui progetti collaterali di Garcia e soci fino a qualche suggerimento di bootleg sia audio che video. Fortunatamente poi non siamo alle prese con un’agiografia, e quando serve l’autore picchia duro e non lesina critiche.

Ci si diverte e si scoprono cose nuove, e anche il più scafato esegeta dei Dead troverà sicuramente dettagli sconosciuti, il tutto è poi scritto con stile chiaro senza troppi fronzoli, il che aiuta parecchio trattandosi di un libro in inglese che con tutta probabilità non verrà mai tradotto in italiano. Il mio parere non può quindi che essere positivo, ed anche il prezzo non troppo esoso (online si trova sotto ai venti euro comprese le spese di spedizione) lo rende un libro che consiglierei sia a chi vuole approcciarsi per la prima volta sia a chi ha già letto molto a riguardo.

Prossimo libro sul comodino? “My Cross to Bear” di Gregg Allman!

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3 commenti

  1. Interessante.
    Nel ’72, però, qualcosina in studio uscì anche se non a “marchio” G.D..
    In quell’anno, infatti, vennero pubblicati il primo disco solista di Jerry e Ace di Bobby.
    Magari a torto, ho sempre a quei due dischi come un quid appartenente alla discografia dei G.D..
    Ed infatti, molte delle canzoni pubblicate in quei dischi, di fatto sono diventati dei “classici” dei concerti della band.
    Però, fa “male” pensare cosa avrebbero potuto fare in quell’anno di grazia, 1972.

    1. Hai assolutamente ragione, infatti l’autore parla approfonditamente sia di “Garcia” che di “Ace”, come anche ovviamente di “Europe ’72”. Eh si… chissà cosa ne sarebbe venuto fuori!

  2. …mi sono mangiato una parola nel mio commento. Volevo dire “ho sempre pensato”… credo si capisca uguale. 😉 🙂
    Credo che comprerò il libro, anche se il mio inglese è pessimo.

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